Incontri e riflessioni

Un incubo non ancora finito

Scritto da Elena Rossi, classe 5CU il 13 Maggio 2020.

Un incubo non ancora finito
Cari studenti e cari professori,  
 
sono Elena Rossi della classe 5CU. Scrivo questo articolo per condividere con tutti voi la mia esperienza, perché voglio che chi sta vivendo una situazione simile alla mia non si senta solo e, al tempo stesso, voglio che chi è sereno in questo periodo possa rendersi conto che non è così per tutti.  

Premetto che ora la situazione sta migliorando, ma fino a qualche settimana fa mi sembrava di vivere un incubo. Un incubo che non è ancora finito.

Abito a Jesolo, uno dei paesi in cui l’ospedale è stato interamente riorganizzato per ospitare i contagiati. Mia madre è infermiera, perciò è costretta a lavorare tutti i giorni a stretto contatto con il Covid-19. Ha già delle difficoltà respiratorie, pertanto se il virus la colpisse potrebbe crearle gravi problemi, ma non ha alternative. Ha un forte senso di responsabilità: non rinuncerebbe mai al suo lavoro.
 
A metà marzo una sua collega (e, soprattutto, cara amica) è arrivata al punto di togliersi la vita a causa di questa situazione, perché tra ansia e panico non riusciva più a sopportare tutto questo. Non avevo mai visto mia madre così distrutta. Oltre alla perdita di una persona cara, c’erano i sensi di colpa per non averla potuta salvare, per non essere riuscita ad evitarle questo gesto estremo che ha provocato solo tanta sofferenza ulteriore. Avete idea di che cosa significhi veder soffrire una delle persone più importanti della propria vita e non poter fare niente? Trovarsi faccia a faccia con il dolore della propria madre, vedere le sue lacrime a un metro di distanza e non potersi avvicinare per asciugarle... È devastante. La vedevo così spenta e non potevo starle vicina in nessun modo, non potevo neanche sfiorarle la mano per una carezza di conforto. Ho sempre saputo che mia madre era ed è una donna forte, ma ogni volta che dopo il lavoro non rientrava all'ora prevista mi preoccupavo e cominciavo a pensare che qualcosa fosse andato storto. Vivevo con l'ansia e con la paura che tutto questo potesse colpire direttamente anche lei, e al tempo stesso dovevo trovare la concentrazione e l'impegno per studiare e prepararmi alle interrogazioni che avevamo in quei giorni. Capivo bene che non si potesse fare diversamente: c'era bisogno di voti e la situazione era strana per tutti, ma mi era e mi è tutt’ora davvero difficile concentrarmi. Alla fine in qualche modo lo faccio lo stesso, è il nostro dovere. Però penso che molti stiano dando per scontato che questa quarantena sia un momento di pausa, ma purtroppo per qualcuno non lo è affatto; molti professori pensano che noi studenti stiamo tutto il giorno ad oziare e a trarre vantaggio da questa situazione, e invece c'è chi sta davvero vivendo un incubo.
 
Circa dieci giorni dopo, mia madre ha avuto la febbre alta per qualche giorno e ci siamo tutti preoccupati molto. Per fortuna il tampone era negativo, ma mentre eravamo in attesa dei risultati lei si è isolata nella sua stanza e noi entravamo con guanti e mascherina solo per portarle da mangiare. Sono state giornate eterne... L'idea che lei fosse chiusa lì dentro e che fosse sola non mi faceva dormire la notte. Poi sono arrivati i risultati, lei si è ripresa e la settimana prima di Pasqua ha ricominciato a lavorare. Non sopportando l’idea di poter fare del male alla sua famiglia (ed in particolare ai nonni, che vivono con noi), ha deciso di trasferirsi in un appartamento vicino all'ospedale, per non rischiare di contagiarci nel caso in cui il virus avesse colpito anche lei. Ormai è lì da un mese. La sentiamo in videochiamata tutte le sere e qualche volta viene anche a trovarci, ma mantiene le distanze. Il giorno di Pasqua la sorpresa più bella è stata la sua presenza. Può sembrare banale, ma è difficile, davvero difficile. Ora che i numeri dei contagiati sta scendendo e che la situazione sembra migliorare, è come se fosse entrato un raggio di luce dalla finestra. Sono ottimista e voglio sperare che mia madre torni presto a casa e che questo brutto sogno finisca, rimanendo solo un ricordo.  
 
Ragazzi, professori, il mio augurio per tutti noi è quello di poter tornare presto a sorriderci e ad abbracciarci. Apprezziamo tutte le piccole cose che diamo per scontate, viviamole fino in fondo giorno dopo giorno… Se non altro, questo periodo ci ha insegnato il valore che aveva la nostra quotidianità, che troppo spesso abbiamo sottovalutato.

Ti potrebbero interessare