Incontri e riflessioni

In un'altra dimensione

Scritto da Alberto Pisano, 3AE il 05 Gennaio 2013.

Conobbi un ragazzo in treno che non faceva altro che ignorarmi. Vi chiederete come abbia fatto a conoscerlo se m’ignorava? Be’, non lo so. Da un principio di ignoranza, sono giunto al sapere.
  Ogni mattina prendevo il treno per arrivare a scuola. Impiegavo circa un’ora per giungere a destinazione. In stazione eravamo solo io e un ragazzino emaciato ad aspettare che arrivasse. Salivamo insieme. E dato che il treno era copioso di viaggiatori, finivamo sempre seduti vicini. Sembra che nessuno si voglia sedere nei sedili di fronte al bagno. Ormai avevano preso la forma del nostro sedere, e questo equivale a dire che avevano il nostro nome scritto sopra.
  Era da un po' che incontravo questo ragazzo, e mai ci avevo parlato. Teneva sempre delle cuffie nelle orecchie.

  Una volta lo salutai, gli dissi un “ciao” buttato lì come un mozzicone di sigaretta.
  Non mi rispose. Guardava fuori dal finestrino, ogni tanto batteva il tempo della sua musica con la gamba.
  Non lo salutai mai più. Impiegai il mio tempo a guardare i volti delle altre persone astanti. Non le trovavo per niente interessanti. Ogni tanto ributtavo l’occhio sul quel ragazzo con gli auricolari. Ma per lui io non c’ero. M’ignorava.

  Passò un semestre.
  Arrivavo in stazione. Il ragazzino era già lì, con le cuffie. Prendevamo il treno. Ci sedevamo ai nostri posti. I suoi auricolari non si staccavano mai dalle sue orecchie. Nemmeno quando arrivava il controllore per i biglietti se le toglieva. Allungava una mano con la sua obliterazione. Il funzionario annuiva. Lui la ritraeva e tornava a osservare il vetro del finestrino, con la musica nelle orecchie. Che fastidio!
  Ogni tanto tossivo in modo esagerato. Ma lui niente, potevo anche morire lì. Lui avrebbe trovato più interessante il finestrino, e la sua musica.
  «Che musica ascolti?» Gli chiesi una volta. Mi agitai.
  Nessuna risposta. Che umiliazione, che bastardo. Eppure... lo trovavo così interessante.
  Passarono altri mesi. Arrivò l’ultima settimana di scuola. Letteralmente l'ultima, per me. Era  il mio ultimo anno.
  Non avrei più preso il treno, non avrei più rivisto il ragazzino con gli auricolari. Provai della nostalgia istantanea solo al pensiero di non rivedere più il ragazzo, proprio non capivo perché. Non volevo che uscisse dalla mia vita senza che io ci avessi mai parlato, senza mai sentire il suono della sua voce, senza mai capire il perché di quell'apatia.
  Fremevo dalla voglia di parlargli. Ma il suo comportamento era sempre quello. Ma cosa diavolo c’era di bello fuori da quel finestrino? Quella musica era tanto più interessante di me? Pensi che non sappia fare un discorso in rime anch’io? Oppure con una chitarra come accompagnatrice? Avrei potuto anche farlo, probabilmente il ragazzo non mi avrebbe notato lo stesso.
  «Ehi, finalmente è quasi finita, eh?»
  Nessuna risposta. Batteva il tempo con il piede.
  « Che scuola fai tu?»
  I suoi occhi si muovevano seguendo gli alberi che scorrevano fuori. M’ignorava. Non mi sentiva, non mi vedeva.
  « Sei uno bastardo.»
  Una signora anziana mi guardò torvo, se ne andò a cercarsi un altro posto da sedere.
  Il ragazzino rimase lì. Zitto. Batteva il tempo con la gamba e con le dita.
  
  Ultimo giorno di scuola.
  Nostalgia per i compagni con cui ho passato cinque anni? No. Nostalgia per i professori che mi hanno aiutato moltissimo a insegnarmi la cultura? No. Ansia pre-esami? No. Nostalgia per un ragazzino che non mi ha mai badato per tutto l’anno? Maledetto, sì.
  Cinque minuti e saremo giunti a destinazione. Ultima fermata.
  «Ehi!» Gli urlai.
  Non mi guadava.
  Mi alzai. Non mi guardò. Mi avvicinai. Non mi guardò! Gli tirai la camicia. Il ragazzo distolse lo sguardo dal finestrino. Lentamente si voltò verso di me. Poi mi fece un cenno con la testa, come per dire “che vuoi?”
  Che volevo? Dio… non lo so.
  «Ciao.» Dissi.
  Si portò una mano all’orecchio e si tolse una cuffia. Mi fece un altro cenno con la testa.
  «Ciao.» Ripetei, «posso chiederti una cosa?»
  Mi fece un cenno con la testa.
  «Perché hai sempre su quelle cuffie, perché ascolti sempre musica?» Mi sentii un idiota a fare una domanda del genere.
  Si tolse anche l’altro auricolare. Se li portò tutt’e due in una mano e li contemplò.
  «Le tengo sempre su a volume massimo per non dover sentire i miei pensieri. È  un'ottima fuga da se stessi, e dagli altri.» Mi rispose il ragazzino.
  Si rimise su le cuffie e si voltò a guardare il finestrino.
  Restai in silenzio per qualche secondo. Tutto qui? Era questa la motivazione? Ma cosa diavolo significava? Avvampai dal nervosismo. Iniziai a insultarlo.
  «Ma sei scemo? Sei uno sfigato!». E continuai: «Che risposta è questa? Deficiente!»
  Era solo un ragazzino, forse quattordici anni, e io, un maturando,  lo stavo molestando verbalmente. Stavo compiendo un atto di bullismo su un giovane macilento.
  Sui sedili davanti, dei ragazzi si voltarono verso di me. Ridevano. Mi incitavano. Lo insultavano anche loro, senza un motivo. Che idioti. Io invece, io avevo un motivo?  Che idiota.
  Continuai a inveire su di lui finché non mi stancai. Mi sentivo meglio, mi ero sfogato per bene. Ma non avevo risolto nulla. Il ragazzo rimase adamantino, voltato dall’altra parte.
  Quel ragazzo non sentiva. Era in un altro posto, in un’altra dimensione. Quel ragazzino aveva su le cuffie. Non poteva ascoltare né i suoi pensieri, né le cattiverie e le ingiurie della gente.
  Bel mondo dove rifugiarsi, quello della musica.

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