Incontri e riflessioni

L'uomo iguana sa, perché l'uomo iguana è

Scritto da anonimo il 29 Marzo 2010.

A volte penso che siamo come le iguane, per esempio io assomiglio molto al Frisonoma Cornuto, nel suo habitat naturale (Kansas, Texas e Arizona) si sotterra nel terreno sciolto o si rifugia nei cespugli mangiando solo animali più piccoli di lei come formiche o piccole bisce. Dico di assomigliarle perchè sono anni che vivo così. Mi nascondo dalla gente, prediligo i luoghi bui e imbucati e tento l'approccio solo con persone o animali più impauriti di me.

L'ultima dea

Scritto da Filip Gavran il 29 Marzo 2010.

È una donna alta, magra, piuttosto pallida, dagli occhi scuri e profondi, neri come i capelli, lunghi e mossi. Ci salutiamo e sediamo l’uno di fronte all’altra. Non ho la minima idea di cosa dirle, per cui comincio quasi immediatamente con le domande.

D: Per prima cosa ci dica il Suo nome, almeno quello con cui vuole essere chiamata questa volta.

R: Ne ho molti, in effetti, anche maschili. Scegline uno qualunque, e dammi pure del tu, lo fanno tutti.

D: Una volta qualcuno ha utilizzato il diminutivo “Didi”. Mi piacerebbe riprenderlo. Come ti ho già spiegato, questa intervista è un lavoro scolastico e alle sedicenni non piace leggere ad ogni riga la parola Morte con la M maiuscola. Dunque… Come definiresti esattamente la tua funzione?

Il peso del mondo

Scritto da Filip Gavran il 29 Marzo 2010.

Sono qui, al centro di uno spazio non definito. Intorno a me ondeggiano veli e tende dei colori dell’iride. Sto percorrendo il mio sogno.
Allungo le mani, ma sfioro aria, non stoffa. Voglio spostarle, voglio vedere la luce che c’è dietro. Alla fine mi slancio in avanti, il mio peso fittizio si fa strada. Mi affaccio sul buio profondo, e mi spavento. Riesco a riaggrapparmi a quel velo che oscilla come l’auro-ra, e che non mi scivola più sotto le dita.
Di nuovo in salvo, mi accorgo che la luce proviene dall’interno.

Amore esibito, amore vissuto

Scritto da anonimo il 29 Marzo 2010.

Nell'odierna società occidentale, nella quale casualmente sono venuto al mondo e nella quale sono letteralmente immerso, parlare di superamento dell'individualismo e di miglioramento di noi stessi, attraverso l'attuazione in noi stessi dell'amore per il prossimo, sembra un'ipotesi peregrina, quasi un'utopia.
Spesso ho sentito mia nonna, persona realmente altruista e votata agli altri da tutta una vita, ripetere e far suo il convincimento di Rousseau, secondo il quale l'uomo allo stato di natura è fondamentalmente buono, incorrotto.
Personalmente fatico molto a crederlo. La barbarie che quotidianamente vedo emergere, e spesso trionfare, nei comportamenti di tanti, troppi, fra i miei simili, mi induce a giudicare perlomeno ingenuo il famoso filosofo francese.

Alchimia

Scritto da Selena Galasso il 29 Marzo 2010.

A zuccherosa, pastosa, è una solitaria colazione davanti alla finestra, in una mattina d’estate soleggiata e calma.
E una corsa sull’asfalto bagnato, odoroso, sotto la pioggia battente, tra le fusa dei motori delle macchine, col loro gusto di benzina, buono e un po’ amaro sul palato.
I frusciante, tra le lenzuola fresche ed invitanti quando non ti vuoi alzare e pian piano ti svegli fra i colori e i rumori familiari di casa.
O è l’apertura all’infinito, è lo sconforto che ti prende in certi momenti, è il momento di riflessione quando accade ciò che non ti sai spiegare, è il vuoto dei grandi perché.
È cupa e cangiante allo stesso tempo, tendente all’ambra, a volte, come un caffè scosso nella sua tazzina.
U paffuta, il viso roseo, liscio e un po’ gonfio di un bambino; senza dirti niente ti dà la ragione di tutto, perché in quel momento lei c’è e questo è tutto ciò che ti serve, non c’è più altro da aggiungere.

Elleboro

Scritto da anonimo il 29 Marzo 2010.

Fatalmente attratto da quei petali neri
Sogno il momento il piacere assoluto,
brivido letale che pulsa, fa palpitare cuore e membra,
incendia l’animo.

Seduto innanzi al mio focolare,
adirato, gravido di vergogna, spento da questa vita,
contemplo il motore di questo mondo
che sempre più pare girare a vuoto,
come un ingranaggio mal oliato,
malato, che arranca impotente,
egoista
verso la luce.

Mai il torpore mi assalirà.

Il nonno

Scritto da Selena Galasso il 29 Marzo 2010.

Il Nonno varca la soglia
a passi lenti e pesanti.
La sua casa è fredda e buia,
è solo ormai.
Scorda persino di accendere la luce.
Leva il cappello polveroso
calcato sulle tempie,
lo stringe tra le mani.
Il suo sguardo è perso, vacuo, vuoto.
Non guarda la televisione,
ne fissa solamente lo schermo.
I suoi occhi tradiscono
una tristezza indefinita.
Piega a fatica le gambe
stanche per sedersi,
si affanna un po’.
Non è malato,
ma qualcosa lo corrode dentro.
Non è solo il peso degli anni.
Il Nonno si alza dalla sedia,
la sistema,
dà un bacio alla fotografia della moglie,
accarezza con un dito
i contorni del volto.
Va a dormire
ma non è stanco,
va a dormire ma è solo.
Non appartiene più a nessuno.

Inverno

Scritto da anonimo il 26 Marzo 2010.

Inverno, impeccabile orizzonte accecami
Petalo di ghiaccio accarezzami
Con il tuo freddo mantello avvolgimi

Vita che rinasce
Fiore che sboccia
Primavera che viene

Colori
Rallegri
Meravigli
Autunno inganni

Estate, muoio
Con il tuo calore soffocami
Con la tua luce annegami
Ti voglio, ti rifiuto.

A marrone, E verde, I gialla, O azzurra, U blu

Scritto da Angela Golzio il 26 Marzo 2010.

A, vocale sporcata da terra e vento mossi dalla mostruosa forza di un tornado. Circondata da mille foglie morte e cadenti nel periodo autunnale, portatrice di spossatezza ed impurità.
E lucente. Attira lo sguardo come un prato ben curato, ricco d’alberi in fiore, porta tranquillità, stabilità e speranza come dopo una riappacificazione amorosa.
I, splendente sole all’interno di parole giocose, senso di vita e bellezza, gioia come un clown che ruba un sorriso al bimbo malato.
O tranquilla, mare senza vento, cielo senza nuvole, cuore senza dispiaceri e tristezza, limpida e trasparente. Spirito sincero,senza imbrogli ed inganni, benessere interiore e completezza.
U profonda, abisso ancora ignoto, scuro, cupo, senza luce, privo di completezza. Angoscia per un futuro sconosciuto, ancora pauroso. Spavento improvviso.

Inconsapevoli farfalle

Scritto da anonimo il 26 Marzo 2010.

Eccoci qui,
a guardare come tante farfalle
che hanno poche ore di vita
se le godano volando
libere
nella natura
ringraziando
per quei rari momenti di felicità.
Noi, con molti anni di vita,
siamo senza ali e senza ringraziamenti.
Noi,
inconsapevoli
farfalle.

L'angoscia che imprigiona

Scritto da anonimo il 26 Marzo 2010.

Non tornerà.

Ci penso. Mi volto.

Cerco di pensare ad altro. Non ci riesco.

Guardo l'ora. È presto.

Prendo la matita. La lascio cadere.

Cerco di studiare. Non posso.

Mi ossessiona. Non ho scampo.

È un incubo. Mi perseguita.

Ne ho bisogno.

Piango, invano. Sono sola.

Non posso farne a meno.

È finita.

SONO finita.

Spleen

Scritto da Mounia Elazzaby il 26 Marzo 2010.

Quando il cielo piange lacrime nere,
e il mare grida in tempesta,
dall’animo emerge un male costante.
Acque nere contagiate ed impure.
Colpevoli di nascondere un germe che
corrode incessantemente dall’interno,
seppellisce chi cerca di seppellirlo.
Ogni tanto mostra la sua opera migliore:
apre le porte di un baratro senza fine,
in cui il respiro si fa affannoso, il passo pesante, il cuore inquieto.

In classe

Scritto da Giacomo Padovese il 26 Marzo 2010.

Compiaciuto e attento
Di ventinove banchi lignei
Con parole lasciate al vento
Nelle ore che battono il cinque

Lì, intrappolato nelle situazioni
Con una musica volante
Che richiama le errate azioni
O insegna la cultura vitale

Saper di non sapere
Vivere, osservando il tempo
Nella mia classe intanto
Mi immagino chimere

Miticamente sospeso
Seduto e freddo
Come la neve or ora
Cade sul sentiero

Il mio animo offeso
Seduto e freddo
In estasi come preghiera di suora
Che rimugina il sentir vero

Ognuno giuoca solitario
O parla col vicino
Mentre il solito orario
È arrivato al termine del cammino

Profumo

Scritto da Giacomo Padovese il 26 Marzo 2010.

Aprendo gli occhi impauriti dalla solitudine
Vedo pietre accatastate in maniera geometrica
Vorrei sporgermi di là salire d’altitudine
Ma le guardie mi bloccano questa pratica

Mi fermo allora a contemplare
Questa linea di cemento armato
Speranzoso dell’orizzonte mirare
Sognando al dì là un prato profumato

Un prato libero che esce dal cuore
Per combattere la dittatura dei corpi
Che soffoca e causa dolore
In ricordo alle masse di morti

Decido di chiuder impotente gli occhi
E piango sfogando la mia voglia di libertà
Una lacrima cade a terra
E una crepa nel muro si presenta

Stagioni

Scritto da Mounia Elazzaby il 26 Marzo 2010.

Quattro stagioni, tutte differenti ma sempre le stesse.
Si ripetono in modo ossessionante, non lasciano spazio al cambiamento.
Ognuna raffigura qualcosa, ognuna racconta una propria storia.

L’inverno è freddo e buio come il personaggio più oscuro.
Come un vampiro assettato, si nutre della linfa vitale delle cose.
Uccide, dilania e strazia la luce che soccombe, inerme, passiva
si abbandona alle tenebre  e si lascia distruggere.
Inverno, cavaliere oscuro che fa emergere le paure.
Non si accontenta, vuole sentire il fragore delle lacrime,
dei pianti isterici, delle grida più violente, dei silenzi più assordanti.
Non ha scrupoli, non ha rimpianti, fa sfiorire tutto.
Lo precede l’autunno, dolce annunciatore di morte;
rende la desolazione meno pesante, alleggerisce i cuori,
si fa tronfio degli ultimi sospiri esalati da coloro che,
come giovani malati terminali, restano attaccati alla vita,
consapevoli dell’amaro futuro che li aspetta.
Autunno, dolce consolatore di animi,
ascolta i rumori prima del silenzio,
ascolta il passo pesante del silenzio inesorabile.

Dopo la morte ricomincia la vita.
Arriva la primavera,  leggera come una farfalla;
si posa dove c’è distruzione. Rigenera gli animi,
ridona la vita, risarcisce danni causati da altri.
Arriva leggera, in punta di piedi, non si fa sentire.
Ama il silenzio, profuma di vita ciò che ha attorno.
Ama farsi attendere e farsi supplicare.
In ogni suo gesto, vede disegnati sorrisi riconoscenti.

Arriva infine l’estate, regina dei cuori.
Si fa attendere dai suoi sudditi, si fa desiderare.
Elimina ogni velo di inquietudine dagli animi,
regala piaceri ed eccessi.
Si nasconde dietro una maschera,
finge di amare il sapore delle lacrime più gioiose,
mentre attende di assaporare quelle più amare.
Non aspetta altro che di portare via i suoi doni.

Quattro stagioni: divise dai nomi, unite dall’immortalità.
Si contrappongono con forza l’una all’altra.
Convivono e si confondono l’una dentro l’altra.

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