Scrivono i Prof

Installami un po' questo!

Scritto da Prof. B il 25 Ottobre 2015.

Installami un po' questo!

U no. La saggezza della vecchiaia mi ha portato a concludere che, oggi, vendere merci è una delle poche azioni oneste ancora possibili. Nella sua limpidezza, il contratto di compravendita ha infatti qualcosa di nobile. Un venditore e un acquirente si incontrano; il primo trasferisce al secondo un diritto di proprietà; il secondo gli corrisponde un prezzo. Nessun infingimento, nessun sottinteso, nessuna morale. Chi vende qualcosa non pretende di illuminare l’acquirente sul senso della vita, né di guarirlo o di salvarlo. Si limita a vendere. E il fatto che il compratore ne sia consapevole è liberatorio: conclusa l’operazione, egli sa che potrà tornare a perdersi, cercarsi o salvarsi come più gli aggrada. Senza pagare.

Wikipedia informa che la prima vendita, scritta su tavoletta d’argilla, proviene da Ugarit (Siria) ed è datata 3.400 anni fa. Dunque, quando banalmente compriamo il filo interdentale, una confezione di datteri o una dacia sul Mar Nero, possiamo anche immaginare di stendere sul nostro gesto una patina di esotico (Ugarit), nel caso l’atto della compravendita, nella sua nudità, ci sembrasse arido. Ma poi, comunque, tornare a perderci, cercarci o salvarci come preferiamo (perché, fra l’altro, dopo una mezza dozzina di dacie può anche accadere che il denaro scarseggi). Insomma: gli acquisti sono acquisti, e chi vende qualcosa dovrebbe rifornirci di merci, non di valori estetici, di una superiore coscienza morale o del senso del tutto. Perciò chi davvero, oggi, vende merci chiamando le cose con il loro nome, compie un atto onesto in sé, nobile nella sua limpidezza, bello. E fa qualcosa che quasi più nessuno, ipocritamente, ammette di fare.

D ue. Ho sempre creduto che di certa arte contemporanea mi disturbassero la bruttezza orrenda delle realizzazioni e la povertà delle idee, oltre che l’effetto ipnotico suscitato sui visitatori, i quali si aggirano fra scenari dove non si capisce se l’ombrello rotto, buttato lì per terra, sia un elemento dell’assemblage o la prova che il custode è malpagato. (Mi dicono che, negli “spazi espositivi”, l’effetto-discarica delle installazioni simboleggi la presenza dell’homo-sapiens sul pianeta. Ma allora perché non una discarica vera? Paura che un gabbiano si porti via l’ombrello?)
In realtà, quel che dell’arte contemporanea mi disturbava, con la vecchiaia mi è divenuto familiare. Mi ci sono affezionato. Come anche alle biografie degli artisti: hanno sempre qualcosa di tipico o di ricorrente che fa simpatia, ecco (vedi ad es. il caso del massmediologo, nato in Corea e naturalizzato tedesco, che vive a Chicago dove legge il Capitale al contrario, una riga all’ora: passato per la psicanalisi di Lacan, egli ha infine abbandonato lo strutturalismo per un casual situazionista, che si porta un po’ con tutto. Appunto: perché non dovrebbe voler “installare” le sue esperienze? E perché non in una simil-discarica? Mi stupirei del contrario).
Come accennavo, non è questo che mi disturba. C’è invece altro che fatico a tollerare, a cui non mi abituo. Proverò a chiarirlo a me stesso, senza farla troppo lunga. Dell’arte contemporanea non accetto che pretenda denaro per farci la morale, anzi per vendercela proprio, un tanto al chilo. Non che l’arte passata non abbia spesso venduto qualcosa (la “pax Augusti”, gli ideali della Controriforma, il socialismo…). Ma la grandiosità e la bellezza di alcune delle sue realizzazioni riuscivano a riscattare l’intento ideologico del committente, a sublimarlo nell’opera. Ora invece l’artista, che si proclama libero, mette liberamente in scena - dove la offre al mercato - quell’unica idea che non si può vendere, se non a prezzo di una contraddizione palese: la critica al capitalismo. Dalla critica al capitalismo il mercato trae lauti profitti; e l’arte, così, smentisce se stessa. Tolta per autocontraddizione l’idea, la quale meriterebbe altre capacità di analisi che non quelle dei nostri interessati pasticcioni, resta solo la bruttezza. E a certa bruttezza, in fondo, ci si può anche abituare, tanto è innocua. Ispirato dunque dall’ennesimo ombrello, buttato lì per terra, mi vien proprio da esclamare: “Ma installami un po’ questo!”.

Ti potrebbero interessare