Incontri e riflessioni

Storia di come un uomo infelice venne creduto pazzo

Scritto da Emma Gigante il 04 Dicembre 2017.

Storia di come un uomo infelice venne creduto pazzo

Non sappiamo di preciso quando, né sappiamo esattamente dove, un uomo qualsiasi perse la ragione. Lui palesemente non sapeva di essere diventato folle, gli altri però se n'erano accorti e, attentamente, lo studiavano giorno per giorno, come se l'uomo in questione fosse un fenomeno da baraccone. Nessun medico lo aveva mai esplicitamente dichiarato malato, la sua era una particolarissima forma di schizofrenia attribuitagli da chi lo frequentava e poteva vedere quotidianamente le sue deliranti reazioni ai piccoli avvenimenti della vita. Quest'uomo, il cui nome ignoriamo, quando era triste aveva l'insana abitudine di piangere rumorosamente. 
Era quest'uomo davvero pazzo?

Quando era triste piangeva, quando era arrabbiato urlava, quando i pensieri non erano chiari e definiti taceva, ma seppe anche ridere, quando per brevi e fugaci attimi dimenticava di saper pensare. La sua vita era un film, la sua faccia il retroscena e le sue emozioni le vere protagoniste, la sua anima era troppo inquieta per rimanere celata. Era costui davvero pazzo? 

Da sempre era per lui impossibile nascondere cosa gli passasse per la mente, sentiva la costante necessità di esprimersi, ma non sapeva convertire il contenuto del suo pensiero in parole. In che misura le sue confuse frasi potevano esplicitare i suoi stati d'animo? E che cosa riuscivano a cogliere gli altri della sua tormentata coscienza? Sapeva di poter essere compreso, poteva pensare di essere un uomo solo, ma un uomo non può essere solo in mezzo a tanta umanità. Ma poteva davvero essere pazzo?
Non era mai stato un uomo orgoglioso, non aveva paura di chiedere aiuto, tuttavia tendeva a farlo in modo implicito, soffocato; quasi come i bambini quando sono bisognosi dell'affetto materno e si limitano ad abbassare la testa perché la mamma possa accarezzarla. Così faceva: tentava di attirare l'attenzione e aspettava inutilmente che uno fra i tanti spettatori venuti al circo per vederlo soffrire gli tendesse la mano.
Per anni quest'uomo dovette combattere con la propria coscienza, con chi non poteva capire e con chi non voleva farlo. La notte dormiva male, il giorno non viveva bene e al lavoro continuava a piangere. Gli altri lo credevano pazzo. Lui sapeva di non esserlo. Una notte riuscì a prendere sonno e quella notte sognò. Sognò il bene ed il male, sognò gli spettatori del circo che lo deridevano, il pubblico che applaudiva a fine spettacolo e tutti coloro che si erano sempre dimostrati convinti nel vedere in lui un uomo che aveva completamente perso contatto con la realtà. Per la prima volta, però, vide anche tutte le silenziose persone che avevano condiviso con lui i suoi giorni peggiori, quelle che avevano teso verso lui, oltre che un fazzoletto, anche la loro mano, alla quale però egli non aveva mai prestato troppa attenzione.
La mattina seguente, quest'uomo di cui poco sappiamo, andò al lavoro e non versò una lacrima. Ci andò per tanti altri giorni e per tanti altri anni ancora. Non pianse più, mai una volta. Non perché avesse smesso di soffrire - a lui la felicità sembrava non essere concessa - ma perché non avvertiva la necessità di persuadere gli altri a stargli accanto. In fondo, quando sentiva di essersi perso nell'abisso della propria tormentata coscienza, era pur sempre in compagnia di se stesso.
Al lavoro quest'uomo qualsiasi non pianse più e tutti gli altri credettero che il folle avesse improvvisamente ritrovato la ragione.

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